Scorci di fulgida consapevolezza.

Ripenso alla sofferenza di un anno fa e mi sembra ancora di sentirmi fuori di me stesso, in fondo chi sono io? sopratutto cosa sono io? Cosa sono per gli altri? certo, esisto, chi potrebbe dire il contrario, ma credo manchi ancora la misura con cui poter misurare ciò che sono. Tutto quello che sono in realtà è come se non esistesse, perché semplicemente non è visibile; e tutto ciò che non si vede, non esiste, perché dovrebbe? Forse dovrei sforzarmi ancora un po’ per dare materialità alla mia esistenza, ma a chi o cosa gioverebbe? La mia vita è il miglior punto di osservazione, una fessura aperta sulla realtà, senza che ci sia alcun filtro di sorta, ovviamente tralasciando i continui ronzii della mia coscienza. D’altronde il vivere quotidiano è sempre stato un brutto affare, mi ha sempre annoiato oltre ogni misura e per di più si finisce sempre per diventare disonesti con sé stessi.

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5 Risposte to “Scorci di fulgida consapevolezza.”

  1. Ilaria Says:

    Forse ti sembra di sentirti ancora fuori da te stesso perché per superare periodi prolungati di sofferenza l’unico modo a volte è “silenziare” alcune emozioni, uscire appunto da sé stessi. Che non significa effettivamente cambiare o necessariamente evolvere (in peggio o in meglio è da vedere, se c’è chi dice che nessuno cambia il proprio substrato è anche vero che l’uomo è un sistema dinamico come tutto il resto). Semplicemente si tratta di far scivolare parte di sé dall’altra parte della vita, queste cose non svaniscono, passano semplicemente *altrove*, al punto che forse a volte potrebbe anche venirci il dubbio di averlo superato o meno il dolore che ci ha spinti a toglierci di dosso questi abiti vecchi senza buttarli davvero. Forse è un po’ come andare in vacanza in un posto sperduto, guardare le onde del mare e lasciare che i propri pensieri galleggino. Ci sono e non ci sono quei pensieri, e l’effetto è simile a quello di un palliativo, agisce sui sintomi ma non ne cura la causa. L’unico modo per silenziare la coscienza – dando per appreso che a talune persone viene molto facile – è, forse, solo questo, astrarsi dal proprio io. Mi chiedo se ci siano modi migliori almeno per usare positivamente i morsi della coscienza, ma penso che sia troppo difficile per la paralisi che essa causa, e ancor di più per ciò che ci viene imposto dal sistema sociale in cui viviamo, che comunque in un certo senso rispetto.
    La Noia è la vera fregatura… Intorpidisce gli animi e ogni tentativo di prendere ciò che c’è di positivo, temo. Ti auguro di vincere quest’indolenza 🙂

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  2. Ti ringrazio 🙂 e comunque osservando da una certa distanza la mia vita, o almeno volendo tentare questo sforzo di illusoria obiettività, credo che il dolore mi sia sempre stato utile, perché mi ha sempre costretto a mettere in discussione tutto e a ricostruire me stesso da zero; certo, forse mi sarei risparmiato certamente un bel po’ di dolore, ma non sarei quello che sono adesso, migliore o peggiore quale io sia.. .

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  3. In ogni caso condivido tutto quello che hai scritto, sopratutto in riferimento alla noia e inoltre credo che astrarsi dal proprio se’, ovvero perdere se stessi, sia solo una parte del viaggio. La parte difficile resta quella di tornare da “stranieri” a se stessi, bisogna fare i conti con una persona nuova e diversa…

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  4. Ilaria Says:

    E’ che il dolore è parte dell’esistenza stessa, o meglio, è una diretta conseguenza dell’esperienza che da essa deriva. Penso di capire un po’ cosa intendi, io mi sento in standby, non penso di conoscermi molto ora come ora, e mi accorgo di non riuscire più a comunicare né con gli altri, né con me stessa. Quindi sì, concordo con te, e penso che il difficile arrivi sempre in quel momento in cui devi ricostruire. Appunto, potresti costruire qualunque cosa se parti da zero, sarebbe come arredare una casa che non sai di preciso com’è, che metratura abbia. Forse bisogna costruire assecondando sé stessi (a volte almeno io mi remo contro da sola…) e fare delle prove mettendo i mobili che ci piacciono. La domanda che sorge spontanea è: alla fine di tutto questo percorso, però, siamo certi che della persona che eravamo precedentemente non sia rimasto nulla e che non abbiamo denaturato noi stessi come una proteina manipolata in laboratorio a temperature troppo alte? Quanto sarebbe positivo effettivamente tutto ciò? Mi sembra che l’essere umano sia un’enorme contraddizione…

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    • Infatti, non c’è nessuna certezza e credo che ogni tentativo di ricercarne un significato in termini di positivo o negativo sia perfettamente inutile: e’ l’esistenza nuda e cruda.

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