Contro ogni principio d’identità retrospettivo.

Odio questo senso di appagamento nei riguardi della propria vita, in esso v’è qualcosa di volgare, forse un completo e inesausto inscimunimento di ogni istinto superiore. Si, odio sentirmi addosso questa certezza insipida e sonnolenta. Allora, dico a me stesso che il mio presente non vale più di ogni già trascorso ” ieri” e che forse bisognerebbe ridere di se stessi praticando un qualunque sentimento di superiore distacco. Ogni volta che provo a scomporre la vita, a raccoglierne i suoi minuscoli e variopinti frammenti, mi sembra di ricomporre una qualche forma del mio stesso pensiero; sembra proprio che non si possa mai davvero uscire da se stessi, dal proprio occhio,  che guardando fuori di se , sempre rivolge l’ultimo sguardo verso se stesso. Come al solito forse ho perso il filo conduttore dei miei pensieri, perché ad un certo punto sento sempre di non sentirmi vivere e a quel punto e’ necessario demolire tutto e con una santa e inumana ostinazione ricostruire, tornare ad immaginare, anzi ritornare a “creare”.

  

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