” La filosofia genera mostri, non toilette di circostanza”

Qualche tempo fa una persona mi chiese quale significato avesse quel dolore che, prima o poi, proviamo tutti nel far fronte ciascuno alle proprie esistenze. Parlo di quel dolore che ci precipita addosso e quell’ansia di esistere, di sentirsi respirare, senza che se ne possa afferrare il vero motivo. E, ancora, ella aggiunse: e se questo dolore fosse il più alto mezzo di conoscenza? Sembra che tutto nasca da quel colpo inferto a quella coscienza distratta, inconsapevole del suo stesso esistere. Ed ecco che il dolore urge la domanda, il primo e più importante interrogativo: perché proprio io? Perché ” me” e  non  qualcun altro? Ebbene, io “sono”, io esisto, poiché mi sento soffrire. Sembra che un certo grado di autocoscienza debba passare attraverso questo corridoio angusto e quella porta stretta. E, comunque, uno spiraglio di luce lo si intravede già in lontananza. Ovviamente, se così fosse, questa sarebbe soltanto una insulsa e banale ontologia della disperazione; ma sembra che di qui possa solo sorgere qualcosa, o almeno sembra che tutto sia iniziato da qui, dall’interrogativo della propria estraneità dal mondo di fronte alla pulsante ferita dell’esistere. Così, qualche anno fa o più ancora, ha iniziato ad agitarsi dentro di me questo demone furtivo e strisciante. Ho imparato ad osservare, ancor prima che a riflettere. Non granché come inizio, soltanto una vita messa tra parentesi ed uno sguardo rivolto al di fuori di se stessi.

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