Un esercizio alla molteplicità

Ricercare affannosamente collegamenti, associazioni nella memoria, nonché ripercorrere a ritroso quel cavo teso che non conduce a nulla. Non c’è nessuna origine, solo filo spinato. Ho smesso di inseguire dentro di me il principio, dal momento in cui mi sono fatto “nulla”, quando ho iniziato ad accogliere la realtà come i frammenti di un disegno irrazionale, fin nei suoi milioni di pezzi -nella loro capacità di assurgere ad altrettante forme di senso – allora, ho capito che ogni ricerca dell’uno e’ stata frutto del tentativo dell’uomo di ridurre il mondo, e la sua verità, al proprio orizzonte finito; ci vuole, al contrario, uno sguardo molteplice per afferrare lo scivolare contiguo della verità attraverso il divenire perpetuo delle sue trasformazioni. Mi faccio “niente” per diventare tutto, continuamente. Una persona che conosco, una volta, disse di diffidare di quei pensieri che scivolano lisci come l’olio; bisogna restare impigliati nei lacci sottili di quei concetti costruiti per infliggere torture, sopravanzando dalle sabbie vischiose del significato allo scopo di indossare un nuovo abito mentale. È necessario rinnegare il proprio punto di vista sulle cose, più e ancor più volte, al punto di violentarsi fino all’inverosimile; si deve nietzschianamente capovolgere la nostra prospettiva, più e più volte, al fine di dimenticare la propria traccia originaria: dimenticare se’ stessi per contenere la molteplicità del senso e, insieme, univocamente tutte le possibilità del pensiero. È un pensiero utopico, ma ad ognuno le proprie illusioni.

 

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3 Risposte to “Un esercizio alla molteplicità”

  1. Lo definirei un allenarsi ai diversi punti di vista, lo sforzo è necessario. Qualsiasi progresso “positivo” costa parecchio sforzo!

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    • Già, e’ proprio così. Tuttavia, il prezzo più alto e’ rinunciare al proprio punto di vista limitato ( mio, tuo e di chiunque), legare ed imbavagliare il proprio ego.

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      • l’importante è non “perdersi”. Il perdere il proprio punto di vista in favore della molteplicità funziona solo se è un passaggio temporaneo, altrimenti non è più sforzo, ti perdi e basta. Continuo a pensare che bisogna oscillare tra le posizioni opposte: da se stessi agli altri, dagli altri a se stessi. In questo modo si crea, nello sforzo costante, un dialogo che è in grado davvero di circoscrivere la verità. Forse non sono molto chiara però il senso alla fine si riduce in un “mai cadere nell’estremo opposto”!

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