Il coraggio di essere (o di divenire) se’ stessi. 

Ci si trattiene per molto tempo e si finisce per accumulare pensieri sotterranei. Non fai in tempo a comprendere cosa ti stia capitando che ti hanno già scavato tutto intorno. A quel punto non resta che, ancora una volta, fissare il proprio pensiero su questo indefinito stato di cose in cui ( ancora una volta) il pensiero sbatte contro se’ stesso come in un gioco di specchi. Lo vedo, sta lì. Instancabile e a debito d’ossigeno, e’ quella mosca che s’infrange continuamente contro il vetro di quella finestra chiusa, come a voler correre all’incontro dei suoi stessi limiti. Ora, sembra esausto, forse ha finito la benzina. S’e’ arreso. È calato un silenzio sordo, immobile, quasi spaventoso;  provo a liberarmi del gravame dei miei soliti conflitti. Un filosofo tedesco scrive di quanto coraggio sia necessario per essere se’ stessi. Ma che vuol dire essere se’ stessi? Qui la faccenda diventa complicata. Sembra che in me ci sia come una sovrabbondanza inespressa, una forma di energia sottratta al buon uso quotidiano e riversata interamente nel pensiero. È necessario sostenere il peso della propria natura, lasciare che questa stessa sovrabbondanza, nient’altro che questo magma caotico adagiato sul fondo del nostro io, si riversi nei giusti canali; cosicché, lo stesso filosofo ci paventa il rischio, a fronte della spinta erosiva di tale forze, che alcune nature possano implodere. Occasionalmente lo stesso fallimento può diventare  una tentazione per chiunque desideri liberarsi da questo giogo; e, in certuni casi, si arriva finanche a desiderare il nulla, se non addirittura un’ascetica- monacale rinuncia a se’ stessi. Accettare se’ stessi vuol dire ricucire, ricomporre, risanare continuamente le proprie ferite, dall’urto contro l’immagine scomposta dei propri fallimenti. Come è possibile sostenere l’incontenibile spinta della propria molteplicità, senza uscirne dilaniati e spezzati a metà? Come si può sostenere il peso di se’ stessi? il peso della propria forza erompente sempre pronta a “cocciare” con i suoi stessi limiti. Inoltre, sembra che  il più grande sforzo resti quello di accettare se’ stessi, nonché di di-svelarsi un po’ alla volta, mentre il giudizio dell’altro ci vuole immobili, schiavi dello sguardo opprimente di chi non sa scorgere nelle cose l’infinito essere diveniente. Certo, credo sia molto rassicurante restare in piedi sulla propria zattera scalcagnata credendo che null’altro si muova se non unicamente se medesimi. Accettare se’ stessi vuol dire accettare le proprie metamorfosi, essere disposti a pensare a se’ stessi in maniera gia’-sempre differente, addirittura molteplice. Ma, soprattutto, rinunciare  a tutte quelle le verità che si tengono ritte sulle proprie gambe. Voglio gettarmi in mare, se non adesso almeno domani, voglio imparare a nuotare.

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