Il dubbio cartesiano

Credo sia inutile chiarire quanto il dubbio rappresenti l’atteggiamento presupposto di ogni interrogazione filosofica che si rispetti e ancor più, quanto esso sia, al tempo stesso, ciò’ che viene posto in ordine alla domanda, ma anche ciò che la origina. Si, insomma, e’ come se, secondo un curioso percorso circolare, il dubbio sia ciò in virtù del quale si fonda ogni domanda, ma  anche ciò che assume un proprio senso specifico a partire da una domanda. È difficile stabilire se esso tragga il proprio statuto dal sorgere di un particolare tipo di domanda o se da esso sorga qualunque tipo di interrogazione. Proseguendo oltre questa questione, forse fin troppo pretenziosa e sterile, credo sia interessante analizzare come il dubbio assurga nel pensiero cartesiano alla funzione di un vero e proprio metodo, il cui fine, si capisce, non è l’esercizio del dubbio per se’ stesso ma, attraverso il diradarsi della fosca nebbia delle false convinzioni, la ricerca di una conoscenza oggettivamente fondata, che sia pertanto vera e certa, ovvero le cui proposizioni siano, in tal senso, chiare e distinte. Ora, sembra chiaro quanto ogni certezza, costume o opinione precedentemente acquisita debba essere messa in discussione; ovviamente senza nutrire la pretesa di abbattere tale edificio di false credenza tutto di un colpo, senza che prima si sia giunti ad una qualche “certezza” su quali possano essere quelle conoscenze da potersi ritenere vere, e quindi certe ed evidenti. Sorvolando su tutta una serie di regole generalissime e di precetti particolari in ordine alla costituzione di un metodo, inteso come strumento di conoscenza, egli si chiede seriamente se, tutto ciò che si presenta alla nostra ragione come certo ed evidente, possa dirsi realmente esistente fuori di noi, cioè al di fuori della nostra mente; poiché sembra vi siano alcune scienze, come la geometria, le quali, senza alcun ombra di dubbio, sembrerebbero essere dotate di una certa  “certezza” ed “evidenza”, ma senza che per tale motivo se ne possa affermare anche la reale esistenza, dal momento che tali scienze determinano  le proprie figure per mezzo di una facoltà immaginativa: difficilmente qualcuno potrebbe vantarsi di aver visto o osservato un autentico triangolo in natura. Sembra che anche quelle scienze dotate di certezza ed evidenza, pertanto, siano frutto della nostra mente e dipendano totalmente da questa, senza fuori-uscirne; tutt’al più, sembra che neanche le cosiddette conoscenze empiriche superino l’esame dubitativo, poiché il fatto che una cosa ci appaia nella sua materialità non ci assicura riguardo alla sua esistenza, persino in sogno ci sembra, talvolta, di toccare realmente degli oggetti che tutto sommato non esistono. E allora che cosa? Allora pur non potendo avere la certezza inconfutabile che qualcosa esista, infine “io penso”, ed il fatto che io pensi non soltanto è certo, evidente, ma esiste non in virtù di una deduzione logica, bensì di un’intuizione lapidaria. Dunque, non “io penso” e quindi “sono”, ma ancor meglio “io penso” e accanto a ciò “sono”. Non v’e’ alcun principio dimostrativo, ma la forza “platonica” di un’intuizione originaria. Qui Cartesio si scontra con il più grande dei suoi paralogismi, che nessuna dimostrazione ontologica di Dio potrà mai aggirare. Laddove, l’uomo “cristiano”, e non più il pensatore arguto, si muove nel tentativo di tappare le falle apertesi da un cogito che pare imbarcare acqua da tutte le parti. A partire dal fatto che penso e, a differenza di tutto ciò che da esso dipende, non posso fingere che ciò non avvenga, intuisco la mia esistenza, in altre parole intuisco il fatto che esisto in quanto essenza o spirito “pensante”. Qui v’e’ il grande errore di accogliere il dubbio come la radice negativa di ogni interrogazione filosofica, come l’emblema della finitezza dell’uomo, assunta ancora come l’ombra imperfetta della stessa perfezione divina.

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