Il pensiero – Cartesio

Credo, nonostante tutto, ad un’idea “militante” della filosofia, ossia all’idea che la filosofia debba, innanzitutto, costituire una regola di vita, e ancor meglio, tanto per prendere in prestito una definizione a me cara – anzi, di una persona a me cara- una regola “monacale” laica . Tornando a Descartes, credo sia interessante cercare di comprendere che cosa egli intenda per “pensiero”. Dato che, come abbiamo avuto modo di appurare, la stessa esistenza di me stesso, in quanto sostanza pensante, sembrerebbe essere certa soltanto sulla base di un’auto-evidenza – priva di ogni dimostrazione logico-razionale – come se ,appunto, nell’atto del pensiero, l’io pensante e l’essere non fossero più disgiungibili per “essenza”; nonostante ciò, in ultimo, Egli, pur avendo stabilito l’idea secondo la quale tutto ciò che appare al nostro intelletto come chiaro e distinto sia per sua natura certo, si riserva di poter dubitare anche di tale assunto, giacché potrebbe certamente esservi un genio “maligno”, il cui unico diletto sarebbe proprio quello di ingannarci mostrandoci come chiare e distinte delle cose che non lo sono affatto. Ma allora come procedere? Credo sia necessario, in primo luogo, precisare come il pensiero, in Cartesio, non rimandi soltanto a ciò che costituisce la nostra sostanza pensante – e ne’ a quella ragione illuminata a cui è posta la funzione di “giudizio” – , dal momento che anche l’immaginazione e la sensazione sembrerebbero poter essere incluse in esso. Ma cosa sarà mai l’immaginazione? È utile precisare come l’immaginazione rimandi a quelle idee che dipendono dalla nostra mente (idee avventizie). Tali idee, ovviamente, non coincidono mai con le cose che esse sogliono rappresentare, poiché rimandano a quel processo attraverso il quale alle idee viene ad incollarsi una data immagine, la quale pro-viene da noi stessi. Ovviamente, per tale motivo, difficilmente a tali idee, pur essendo dotate di una certa misura di certezza ed evidenza, si potrà assegnare uno qualunque statuto di realtà oggettiva. E con esse, anche a seguito di tale chiarimento, resta ancora il dubbio se possa esistere qualcosa di certo al di fuori di noi stessi, come chiarirlo? Non saranno men che meno le sensazioni a farlo, che pure costituiscono un determinato modo del pensiero, giacché esse pur mostrandoci le cose, con una certezza chiarezza e distinzione, spesso ingannano: e’ facile che il sole, in ragione della sua distanza, ci appaia piccolo, così come è facile credere, persino in sogno, che le cose che tastiamo con il tatto siano purtuttavia vere. Ovviamente, Cartesio non mancherà di chiarire questi dubbi tramite degli atti di auto-accusa, cioè tramite delle obiezioni formali che egli muove a se’ stesso. Infine, si può comprendere come l’unico a stabilire tutto ciò si possa definire vero, e pertanto realmente esistente, resti unicamente l’intelletto – o il lume naturale-, sottoponendo a giudizio tutto ciò che prima sia passato mediante i due modi precedentemente descritti. Ed è, evidentemente, chiaro quanto tale facoltà non possa, in ultimo, ingannarci, giacché essa non è sorta da noi stessi, ma da un Dio sommamente perfetto, indipendente e buono, il quale se avesse voluto ingannarci – e data la sua bontà non lo avrebbe mai fatto – avrebbe ingannato innanzitutto se’ stesso, talche’ quel poco di perfezione, posseduta dal nostro intelletto, ci è stata concessa da Lui stesso.

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