Il viandante

Nelle pagine zarathustriane, Nietzsche definisce – con maggiore ricchezza di particolari – la figura del “viandante”, la quale da sempre solletica il mio interesse, ma soprattutto tocca vette filosofiche e psicologiche ancora inesplorate. Insomma, che cosa si può scrivere riguardo a questo “tipo d’uomo”? Innanzitutto come esso aneli a spezzare le proprie catene, nient’altro che i vincoli e le stratificazioni del proprio passato, ma non al fine del raggiungimento di un ulteriore dimensione esistenziale che si possa definire “giusta”; ciò che viene a delinearsi e’, più che altro, la dimensione del viaggio, ma ancora, senza che vi sia alcuna meta pre-stabilità, se non la volontà, attraverso un percorso di ascesi interiore, di riacquistare il senso della propria autenticità, in antitesi con qualunque definizione e cristallizzazione di valori: la condizione propria degli “spiriti liberi” e’ frutto di una trasformazione, nonché di una iniziale de-formazione della propria identità. Tutto ad un tratto, non ci si riconosce più nei propri valori, ci si sente come smarriti e, in più, si è dilaniati dalle proprie virtù, le quali cercano di dominare ciascuna sull’altra, affinché ci si identifichi unicamente con una di esse, nel tentativo di definire univocamente la nostra immagine. Al contrario, lo spirito libero non ricerca una propria identità, o almeno ha cessato di improntare la propria vita all’insegna di tale ricerca, bensì si muove nel tentativo, nonostante subisca il rifiuto della stessa società che prima della avvenuta trasformazione sembrava accoglierlo, di coltivare la propria poliedricità al di sopra di un io eccessivamente ingessato, o ancor più limitato e limitante; dunque non un viaggio ascetico volto alla scoperta di se’ stesso, ma, piuttosto, un viaggio volto a individuare quel sottofondo caotico e istintivo che, in parte, lo definisce, e mi riferisco a quella volontà del “se'” che da sempre lo plasma, senza vi sia la possibilità che se ne renda conto. In tal modo, tale uomo approfondendo, mediante tale viaggio, se’ stesso, approfondisce il motivo dominante della sua stessa esistenza, ovvero quell’inattingibile che già – da sempre – lo governava. Cosicché, nel suo aggirarsi verso alcuna meta,il viandante vuole, infine, soltanto “divenire se stesso”: tornare al proprio molteplice se’, per capirne solo una parte, per poi riprendere ancora una volta il cammino.

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