Cosmopolis (Vi consiglio di guardarlo)

La prima scena si apre con una rapida ripresa della limousine bianca, la quale non è soltanto una macchina ma l’oscura caverna attraverso la quale diviene possibile osservare il mondo, che corre veloce come una scheggia, ormai secolarizzato. Un ricchissimo uomo di affari, Erik Parker, in preda ad un capriccio, comanda al suo autista di farsi “traghettare”, attraverso la caotica e rumorosa metropoli, per aggiustare il proprio taglio di capelli, nella stessa giornata in cui New York, in preda ad una guerra civile, riceverà il presidente degli Stati Uniti. L’abitacolo della ricchissima automobile diviene teatro del lambiccare tagliente e forsennato di pensieri e dialoghi affilati; mentre nulla è più possibile comprendere della realtà- “ là fuori”, ogni percezione temporale e spaziale appare ormai dilatata fino all’inverosimile. A dispetto dell’a -temporalità e a-spazialità del teatro principale, tutto si muove ad una velocità esasperante, sembra quasi che lungo i corridoi ampi della città si muova un mostro pronto ad inghiottire tutto: cose, persone e valori. Ogni cosa corre verso l’apice massimo della propria dissoluzione, che puntualmente non arriva mai, tutto deve crescere, espandersi senza che vi sia alcun controllo: “ dove andranno a finire tutte le limousine, di notte ? ”

 

Del resto, gli uomini sono ormai soltanto pedine impazzite all’ombra dell’universo finanziario, al di sotto di una costellazione di numeri che schizzano verso ogni dove e attorno ai quali sembra ruotare l’intera esistenza dell’uomo. E’ un mondo aperto ai “visionari”, giacché solo ad essi è concesso leggere la sincronicità del numerabile, la mappa informativa della realtà.
La realtà è soltanto il quantico, il numerabile: l’occhio di Dio è uno sguardo decodificatore, è lo strumento attraverso il quale dal numero è possibile ricavare l’ordine stesso del mondo. Proprio lui, intendo il protagonista, è il visionario, l’occhio di Dio, nient’altro che un broker finanziario:

“ Tu sei al corrente delle cose. A te interessa essere al corrente di tutto. Tu ottieni informazioni e le converti in una materia stupenda e atroce. Tu sei un visionario”.

I visionari ricercano i modelli attraverso i quali è possibile leggere la realtà, leggere il futuro, anticipare le modificazioni della stessa, infine controllarla, dominandola. Così, egli stesso si domanda: perché vedo le cose prima che accadano? Nulla è al sicuro, tutto può essere letto, non c’è sistema che non possa essere penetrato. La realtà si gioca in ogni momento, i numeri sono lì da qualche parte, è solo una partita a scacchi. Ad un certo punto, il mostro viene quasi invocato, chiamato per nome, è nient’altro che la profonda interazione tra tecnologia e capitale; Questo mostro si muove, e si agita, sopra le nostre teste, mentre noi continuiamo a vivere come se nulla fosse. Ma, ci si rende conto quanto persino i nomi siano obsoleti, a dispetto della complessità del quantificabile, di ciò che è calcolabile attraverso difficili algoritmi, indici: così, “ il topo sarà la nuova unità monetaria”.
Ciò che resta sotto la stratificazione, ormai obsoleta dei nomi, è l’eterna modificabilità del numero, la sua infinita riproducibilità.
La smania del ricco uomo della finanza, intenzionato ad appropriarsi di una vecchia cappella, offrendo qualunque cifra, nasconde la volontà di appropriarsi della bellezza, di ciò che per sua natura non è quantificabile; la volontà di riappropriarsi di quella bellezza che eccede da ogni genere di riproducibilità tecnica, che straborda al di là del valore economico.
Egli vuole controllare tutto, leggere il cambiamento, l’interruzione, prima che avvengano, che diano luogo a degli squilibri; In tal senso, egli sottopone a tale controllo spasmodico anche il proprio corpo, sottoponendosi ogni giorno a visite accurate dovunque si trovi; infine, a tale necessità perfettiva, quasi stona, con la forza di una sentenza, il referto medico: “ la sua prostata è “asimmetrica”.
In una delle innumerevoli conversazioni, tenutesi nell’interno della abissale e blindata limousine, si parla dell’arte di produrre capitale, in cui viene sottolineato quanto il valore del denaro sia fine a se stesso, dal momento che esso ha perso la sua forza narrativa: esso parla soltanto a se stesso. L’ospite osserva estasiata la luce dei monitor, ciò che viene definito il cyber-capitale, in cui nulla si ferma o rallenta; esso è astratto, è soltanto un’idea, ma che cos’è un’idea? un’idea è tempo, nient’altro che futuro, i numeri che segnano e guidano lo scorrere del tempo, sembra quasi che gli orologi abbiano accelerato l’ascesa del capitalismo il suo veloce progredire verso un futuro, che diviene sempre presente, prima di scivolare ancora e sempre in un passato, che è ancora futuro. Le persone hanno smesso di pensare all’eternità, quantificando le ore, soltanto le “ore di lavoro”: è il cyber-capitale ad organizzare quello che è il nostro tempo di vita. Le unità di misura con le quali misuriamo il tempo, misurano la realtà, misurano, persino, noi stessi. Il tempo è ormai un bene aziendale e ormai appartiene al sistema del libero mercato.Il tempo è stato risucchiato fuori dal mondo come lo conoscevamo, per far posto ad un sistema di mercati d’investimento: c’è stata un’accelerazione controllata del tempo. Il futuro non esiste più, risulta ormai risucchiato in un circolo senza fine. L’illusione di tecnologie e ricchezza ormai governa il mondo e l’uomo pur di ottenerla finge di non vedere l’orrore delle proprie azioni; e rispetto a tale visione del mondo si staglia la figura del genio, come colui che non può fare a meno di alterare il proprio habitat, poiché attraverso la tecnologia, l’uomo può plasmare il proprio destino, senza che sia necessari ne’ Dio ne’miracoli. Tale forza dell’uomo può, tuttavia, andare in qualunque direzione, persino verso la sua propria distruzione. Ecco, che in una scena fatidica, ci si richiama al tema della riproducibilità tecnica: d’altronde, che cos’è originale? tutto ciò che è originale nell’uomo è forse frutto di una appropriazione indebita? E se l’unico seme di originalità si nascondesse nella sofferenza?
“Nessuno morirà” così sentenzia l’oracolo della finanza, tutti verranno assorbiti in un sistema d’informazioni. I computer stanno morendo nella loro esistenza attuale, come unità a sé stanti, ormai fusi nel tessuto della realtà quotidiana.
Il dolore sembra costituire la chiave per rinsaldare il legame dell’uomo con la propria natura:

“C’è abbastanza dolore per tutti”

Quello stesso dolore da cui tutti sembrano rifuggire, allontanandosi così dalla loro dimensione più autentica, ovvero dalla radice irrazionale dell’esistenza, quel fondo caotico che si aggira invisibile nell’esistenza dell’uomo, senza che quest’ultimo possa esercitare su di esso alcun controllo.
Il signor. Parker si libera della sua guardia del corpo e della sua pistola, non vuole più programmare la sua esistenza, vuole affidarsi a quelle forze ignote e sconosciute che decidono della vita di ciascuno. Proprio lui, il visionario, colui che pre-vedeva ogni cosa, ora è perduto. Dilaniato. Egli s’aggira per la strada, straniero a se stesso. La notte sta per giungere al termine, così anche la sua vita si consuma nella febbrile attesa di un “passaggio”, di un’illuminazione, o persino della morte. Qualcosa deve succedere. Fino alla scena conclusiva in cui Erik Parker incontra il suo alter-ego, la sua coscienza sommessa. Egli vuole uccidere Parker, perché vuole uccidere sé stesso. Egli è un uomo riflessivo, come Parker non lo è mai stato. Parker è tutto ciò che lo disturba, che mette in discussione la sua esistenza, che oscura la sua luce vitale. affinché possa vivere, Parker deve morire. Parker per poter vivere, deve necessariamente morire:

“ Tutto nelle nostre vita ci ha portato a questo momento”

Il suo alter-ego, Benno Levin, è estraneo a se stesso, semplicemente sente di non esistere. Questo è il suo malessere.
Una volta che si è presi coscienza della propria esistenza tutto appare contraddittorio, indefinito.
Dentro la coscienza di Erik Parker s’agita uno strano spettro, poiché per la prima volta non è riuscito a “a leggere i numeri”, a pre-vedere l’andamento dello Yuan. Non è riuscito a leggere la realtà, a prevedere il futuro. Il suo occhio s’è spento ed, attraverso di esso, è filtrato l’elemento irrazionale dell’esistenza, ovvero la forza caotica della natura, del caso. Ora deve fare i conti con la propria ombra: decidere se vivere o morire.
Sotto la fosca coltre della realtà virtuale dei mercati finanziari, esiste povertà, dolore, morte e distruzione. Tutto questo esiste. Deve farsi materia, deve esistere. Qual’e’ il ruolo di Benno?
Benno ha compreso l’importanza delle persone, la loro irripetibile singolarità, ma lui è come invisibile. Osserva il mondo muoversi freneticamente verso la propria dissoluzione. Lui se n’è tirato fuori, s’è reso socialmente “impotente”. Ora, al di fuori della società, non è più nessuno.
Benno è solo una persona, non ha nessuna delle propensioni che incarnano l’uomo che domina il mondo: appunto, Erik Parker.
Quest’ultimo, nel tentativo di prevedere l’andamento dello Yuan, ha interpretato i modelli matematici, seguendo l’ordine  armonico che sembrerebbe governare la natura, senza tenere alcun conto dell’altra faccia della natura: del caso, dell’elemento irrazionale e caotico:
l’importanza della asimmetria, di ciò che è sbilanciato, che non ha parti uguali nella sua imperfezione.
La risposta era nell’asimmetria della sua prostrata, cioè nell’anomalia, che altro non è che la faccia nascosta della realtà, che agisce in essa con la medesima forza dell’altro principio ordinante.
Si, Erik Parker deve morire, perché s’è creduto Dio, perché non ha salvato Benno. Non ha salvato se stesso.

 

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