L’uomo come un essere incompiuto.

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Vorrei tanto poter vantare una fede autentica, pura e incontaminata come quella di Descartes. E mi riferisco a quell’idea, come uno sprazzo di infinito venuto da chissà dove, con la quale l’uomo deve necessariamente fare i conti. Giacché non v’è alcun modo per far sì che egli possa comprendere tale idea, della quale evidentemente non è l’artefice. Tale idea e’ tanto più perfetta e intera a dispetto di un uomo che proprio a causa dei propri limiti e’ costretto, suo malgrado, a dubitare. Certo, il dubbio deve avere soltanto una funzione regolativa, deve aiutarci a ridurre al minimo quegli errori di valutazione che sempre commettiamo quando pure ci rassegniamo ad assegnare un valore di verità determinato a cose sulle quali probabilmente non avevamo dubitato abbastanza. Gli errori, o le credenze, più comuni riguardano proprio le ovvietà, ovvero tutte quelle cose, idee o convinzioni sulle quasi fin troppo presto abbiamo smesso di riflettere e la cui presenza si impone sotto al nostro naso nella banale quotidianità. È utile, pertanto, estendere il dubbio fin dove esso possa tendersi. Ma il caro Descartes non è un “empirico” avventuriero, poiché a sostenerlo v’e’ la ferma convinzione di un Dio sommamente perfetto e buono, nonché dotato di onniscienza e potenza al più altissimo grado. Ma da dove volete che venga questa idea? Nelle “meditazioni”, egli ci descrive tale idea come il marchio di fabbrica impresso dall’artista creatore sulla – e aggiungerei nella – propria opera. Egli riconosce nella capacità dell’uomo di pensare all’infinito, ovvero a qualcosa a cui egli stesso non può aspirare, l’innatismo dell’idea di Dio. Un Dio che pur avendoci reso partecipi della sua perfezione, ci ha lasciato come piegati a metà, esseri incompiuti: perennemente tesi tra l’essere di Dio – della idea di Dio contenuta in noi – e il non essere della nostra imperfezione, giacche’ sempre perveniamo all’errore e ancora di più siamo costretti a dubitare. Ma quanto più la facoltà di giudizio concessaci da Dio e’ imperfetta al suo cospetto, tanto più e’ estesa la nostra volontà, la facoltà che abbiamo di scegliere, ovvero di affermare, negare, cercare o evitare qualunque cosa. Certo e’ necessario che tale volontà che pure talvolta ci spinge a scegliere qualcosa come oggetto di verità soltanto mediante la spinta da un impulso irrazionale, sia preventivamente illuminata dall’intelletto, dal lume naturale della ragione; cosicché sempre di meno si incorrerà nell’errore. In tal modo, si manifesta l’infinito potere donatoci da Dio secondo il matematico Descartes. Ognuno di noi non è altro che una cosa pensante, la cui certezza dell’esistenza del proprio io e’ data da quello stesso pensiero che ci fa tendere verso Dio, che non ci fa dubitare della sua esistenza. Fila tutto fin troppo liscio, mi fermo qui.

 

 

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