Malattia mortale

In “Malattia Mortale”, Kierkegaard ci invita a diffidare di un genere di disperazione su tutte, quella che definisce la disperazione della disperazione. Fin dal primo istante, ho sentito di poter afferrare il senso implicito di questa definizione: che cosa sarà mai?  Egli intende immetterci nel circuito asfissiante di una disperazione, che privata del suo oggetto o del suo fine, non può fare altro che alimentare se stessa. Ciò che ci divora e’ quello stesso stimolo che ci spinge ad agire; ma, laddove, non si riesce a risignificare la propria esistenza alla luce di un qualche senso che la illumini dal dì dentro, c’è poco che si possa fare. La disperazione può diventare una malattia “mortale”. Anzi, aggiungerei peggio che mortale, dal momento che anche la morte possiede un proprio fine in se stessa, nella cessazione della vita da cui essa ci strappa. Resta da domandarsi se, tolto il Dio kierkeergardiano, vi sia un qualche altro senso a cui appellarsi. Nient’altro che una mano esterna che ci strappi dalla nostra trappola “mortale”…

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