La cura

È inutile affannarsi più di tanto, alcune esistenze, chiamatele pure “vite”, non hanno di per sè alcun senso. Chi ha detto che debbano averlo necessariamente? Nemmeno uno scopo. E nemmeno un progetto, manco a parlarne. L’unica manifestazione d’esistenza di cui sono capaci e’ soltanto un semplice impulso ad “essere” – giusto una tacca al di sopra del semplice esistere: ciò equivale ad una specie di “cura” di se stessi, di ciò che è in sè autentico. Di ciò che resta del movimento collettivo del mondo, di quella quotidianità invadente e, allo stesso tempo, tanto intima quanto più estranea. Così, al contrario di tutto, scrivere, così come “pensare”, mi e’ sempre sembrato così naturale, quasi come il manifestarsi materiale di un atto fisiologico. E quando accade, mi sembra quasi di scuotere delle pareti invisibili, di opporre una qualche resistenza ad un nemico indistinto e inconsistente; scrivere e’, per me, un po’ come ritornare al centro “essenziale” di me stesso – ma è più un “raccoglimento” che una riduzione.

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